giovedì 19 marzo 2009
Torno subito (?)
lunedì 9 febbraio 2009
Veronesi: "Dietro alla legge per Eluana solo un'onda emotiva"
Per questo da molti anni ho lanciato il movimento per il testamento biologico e, su questo argomento, ho scritto quattro libri (non uno, ma quattro libri), per un totale di duemila pagine. Perché il tema è complesso, è difficile, è delicato. Per questo sono sconvolto oggi.
Sono sconvolto dalla singolare, direi assurda, procedura cui stiamo assistendo. Una legge dello Stato, che riguarda la libertà individuale (Applausi dal Gruppo PD), verrebbe sbrigativamente decisa sull’onda delle emozioni sollevate da un caso mediatico. Perché questo è il caso di Eluana: un caso mediatico. Perché non ha nulla di diverso, dal punto di vista scientifico e umano, da altri centinaia di casi di coma vegetativo permanente nel nostro Paese, di cui nessuno si occupa. Dietro a una legge emanata per Eluana non ci sarebbe, dunque, né logica, né razionalità, ma essenzialmente un’onda emotiva, che per sua natura è passeggera e, soprattutto, è una cattiva consigliera.
Non c’è dubbio che il caso di Eluana sia stato accompagnato da una pessima informazione. (Applausi dal Gruppo PD). Ma questo non è un alibi per evitare di affrontare lucidamente il problema. Si tratta di un problema di civiltà, che riguarda l’invasione della tecnologia medica nella vita umana. Mi trovo d’accordo con il filosofo cattolico, cattolicissimo, Giovanni Reale, quando vede nel caso di Eluana ‑ sono sue parole ‑ un abuso da parte di una civiltà tecnologica che vuole sostituirsi alla natura.
Quando avverte che si è perduta la saggezza della giusta misura e la Chiesa e il Governo sono vittime di questo paradigma dominante, che vorrebbe tenere in vita Eluana contro la natura e, infine, quando cita Papa Wojtyla, che, rispondendo ai medici che gli offrivano di continuare a curarlo, disse: «Lasciatemi tornare alla casa del Padre».
Vedete, mantenere insieme un complesso di organi e cellule in una vita artificiale è un atto contro natura: oggi, tecnologicamente la medicina è in grado di mantenere in stato vegetativo un corpo senza attività cerebrali quasi all’infinito, ma il fatto che lo si possa fare tecnicamente, non significa che lo si debba fare eticamente.
Penso sia una mostruosità e come me la pensano migliaia e migliaia di cittadini, terrorizzati dalla prevaricazione violenta della medicina tecnologica nella propria vita. Lo dico da uomo di scienza: la tecnologia non ha limiti in sé e se noi, la società e le sue istituzioni non ci impegniamo a tracciare questi limiti rispetto alla vita dell’uomo, chi mai lo potrà fare?
Conosco bene la normativa italiana sul diritto di cura, perché ogni giorno la applico e la vivo insieme ai miei medici e ai miei malati: la nostra legge garantisce la possibilità di rifiutare ogni trattamento, anche di semplice sostegno, come le trasfusioni di sangue e la nutrizione artificiale; abolire questo dritto sarebbe un atto molto grave, che minaccia alle radici il principio di libertà individuale, base irrinunciabile delle democrazie moderne. Voglio pertanto fare un appello alla ragione e alla coscienza di tutti noi e di tutti voi, in quanti membri del Senato, vale a dire di questa Camera alta, di questa istituzione a cui la gente guarda come un punto fermo nella confusione dei momenti di crisi: il nostro ruolo è di analizzare le situazioni più difficili con lucidità e saggezza e dare pareri obiettivi e lungimiranti. Ecco, credo sia nostro dovere, come senatori, guardare più in là dell’oggi e anche del domani e pensare anche alle conseguenze future delle nostre decisioni.
Vi chiedo, dunque, di fermarvi, di riflettere, di meditare e di non votare una legge in palese contrasto con i diritti garantiti dalla Costituzione e, soprattutto, in conflitto con se stessa. Il movimento sul testamento biologico, infatti, è nato solo ed esclusivamente - lo sottolineo - per garantire ai cittadini di poter rifiutare quella condizione assurda ed inumana di una vita artificiale che può protrarsi per decenni priva di coscienza e di attività cerebrale.
Bene, al contrario, questo provvedimento imporrebbe a tutti per legge proprio questa fine terribile e innaturale. (Vivissimi applausi dai senatori dei Gruppi PD, IdV e UDC-SVP-Aut, che si levano in piedi. Moltissime congratulazioni).
martedì 3 febbraio 2009
Studio Illegale
I lettori del suo blog, Studio Illegale, ormai non si contano più. Ma a a confermare che molto spesso la realtà supera la fantasia, anche nel mondo degli avvocati, ora c'è pure il libro. In vendita dal 4 febbraio.mercoledì 24 dicembre 2008
Babbo Natale esiste. Parola di New York Sun


“Caro direttore, ho otto anni. Alcuni dei miei amici dicono che Babbo Natale non esiste. Mio papà mi ha detto: se lo vedi scritto sul Sun, sarà vero. La prego di dirmi la verità: esiste Babbo Natale? Virginia O’Hanlon”.
E il direttore Church le rispose così.
“Virginia, i tuoi amici si sbagliano. Sono stati contagiati dallo scetticismo tipico di questa era piena di scettici. Non credono a nulla se non a quello che vedono. Credono che niente possa esistere se non è comprensibile alle loro piccole menti. Tutte le menti, Virginia, sia degli uomini che dei bambini, sono piccole. In questo nostro grande universo, l’uomo ha l’intelletto di un semplice insetto, di una formica, se lo paragoniamo al mondo senza confini che lo circonda e se lo misuriamo dall’intelligenza che dimostra nel cercare di afferrare la verità e la conoscenza. Sì, Virginia, Babbo Natale esiste. Esiste così come esistono l’amore, la generosità e la devozione, e tu sai che abbondano per dare alla tua vita bellezza e gioia. Cielo, come sarebbe triste il mondo se Babbo Natale non esistesse! Sarebbe triste anche se non esistessero delle Virginie. Non ci sarebbe nessuna fede infantile, né poesia, né romanticismo a rendere sopportabile la nostra esistenza. Non avremmo altra gioia se non quella dei sensi e dalla vista. La luce eterna con cui l’infanzia riempie il mondo si spegnerebbe. Non credere in Babbo Natale! È come non credere alle fate! Puoi anche fare chiedere a tuo padre che mandi delle persone a tenere d’occhio tutti i comignoli del mondo per vederlo, ma se anche nessuno lo vedesse venire giù, che cosa avrebbero provato? Nessuno vede Babbo Natale, ma non significa che non esista. Le cose più vere del mondo sono proprio quelle che né i bimbi né i grandi riescono a vedere. Hai mai visto le fate ballare sul prato? Naturalmente no, ma questa non è la prova che non siano veramente lì. Nessuno può concepire o immaginare tutte le meraviglie del mondo che non si possono vedere. Puoi rompere a metà il sonaglio dei bebé e vedere da dove viene il suo rumore, ma esiste un velo che ricopre il mondo invisibile che nemmeno l’uomo più forte, nemmeno la forza di tutti gli uomini più forti del mondo, potrebbe strappare. Solo la fede, la poesia, l’amore possono spostare quella tenda e mostrare la bellezza e la meraviglia che nasconde. Ma è tutto vero? Ah, Virginia, in tutto il mondo non esiste nient’altro di più vero e durevole. Nessun Babbo Natale? Grazie a Dio lui è vivo e vivrà per sempre. Anche tra mille anni, Virginia, 10 volte 10mila anni da ora, continuerà a far felici i cuori dei bambini”.
venerdì 21 novembre 2008
Beh, però si potrebbe ...

lunedì 10 novembre 2008
Due giorni di ordinaria follia/2
mercoledì 5 novembre 2008
Due giorni di ordinaria follia/1
Dovevo solo presentarmi all’Ergife Palace hotel, venerdì 31, alle nove del mattino. Sembrava quasi semplice. Ma, come disse qualcuno, l’imponderabile è sempre in agguato.
Cronaca di due giorni vissuti in un’altra dimensione.
GIOVEDI’ 30
Arrivo all’aeroporto di Roma Ciampino, ore 8.50 del mattino. In perfetto orario, pure in anticipo di 5 minuti. Davanti a me, una giornata di attesa. I miei target: mantenere energie e tranquillità. Leggere bene e con calma i giornali. Portare il pc alla sede dell’Ordine (che non è la sede dell’esame), per l’ultimo controllo di alimentatore e compatibilità del sistema operativo che sarà fornito il giorno della prova con il computer che userò.
Nell’attesa, raggiungo il mio amico Charles. Anche lui esaminando. Sta a casa di suo cuggggino, zona viale Libia. Uguale: zona nord-est di Roma. Io sto a Ciampino. Uguale: zona sud-est di Roma.
E così: vai di navetta, fino al capolinea della metro rossa. Poi, Anagnina-Termini, solo andata. Riemergo per prendere un bus. E mi trovo nella corrente informe del corteo dello sciopero generale. “Dalle Alpi agli Appennini tutti contro la Gelmini”, leggo su uno striscione. Mentre il bus, dopo pochi metri, si impianta di fronte a un semaforo che continua nel suo ciclo di verde-giallo-rosso. Ma noi rimaniamo lì. Fermi. Dovremmo girare a sinistra, ma c’è il corteo di mezzo. Due vigili urbani osservano paciosi la scena, senza interrompere il flusso di baldi giovani fischiettanti e urlanti. Basterebbe un minuto. Il tempo di fare una curva, e il bus si toglierebbe dalle scatole. Invece rimane lì, isola nella corrente. Sfila un’immagine di Santa Mariastella, con tanto di aureola in testa. “Beata ignoranza”, recita la didascalia. Fa caldo. Dalle sfese dei finestrini gli studenti di biotecnologie infilano nel bus volantini che schematizzano i tagli alla ricerca. La Gelmini ha colpito solo le scuole, con la legge appena approvata. Ma non ha mica tempo da perdere. Il capitolo università è già pronto per essere affrontato: tre quarti del lavoro, in fondo, li ha già fatti il collega Giulio con la finanziaria approvata in estate, nel silenzio vacanziero di tutti gli italiani. “L’Italia è un Paese bagnato da tre mari e prosciugato da Tremonti”, d’altra parte.
Finalmente il bus riprende la corsa. Raggiungo la maison di Charles. Si legge, si chiacchiera, si fa il punto. Si consulta il sito dell’Atac per raggiungere il Lungotevere de’ Cenci, sede del nostro beneamato Ordine. Con tutta l’ingenuità del mondo, usciamo. Altro bus, direzione Barberini. Dovremmo cambiare e prendere un altro mezzo. Sono le 14 e trenta. E tutto è ovviamente bloccato dai primi manifestanti che stanno rifluendo verso casa. Il mezzanino è aperto, ma inagibile. Troppa calca. Le due stazioni successive, Spagna e Repubblica, sono ancora chiuse dalle 10 del mattino. Tornare indietro, impensabile. Bisognerebbe rifare via Veneto al contrario. E cioè in salita, con un computer portatile a testa. E il mio trolley al piombo al seguito. One way, pedibus calcantis: si va verso l’Ordine a piedi. Con rotelle al seguito. Contromano rispetto al corteo che sta sgombrando piazza del Popolo. La valigia salta sui sampietrini. La cinghia del portatile mi sega muscoli e nervi della spalla. Dobbiamo ancora pranzare. Ma non è consentito ripensarci. Avanti Savoia, fino alla morte.
Piazza di Spagna è inondata di gente. Il resto è fatica: suole delle scarpe consumate. Sole in faccia. Caldo. Sudore. Puzza. Finché il Lungotevere si materializza di fronte a noi. Civico numero 8. “L’Ordine sarà aperto dalle 15 alle 18 per le verifiche di compatibilità”. Amen. La targa all’entrata dice: “Ordine dei giornalisti, primo piano”. Davanti a noi, due ascensori. Prendiamo il primo. Ci scaraventa al terzo. “Ma come?”, chiediamo sfiniti alla signora che si para davanti ai nostri occhi. “No, è che questo ascensore non ferma al primo piano. Dovete fare il giro”. “Grazie”. Percorriamo un corridoio lungo, scialbo. Illuminato al neon. Le rotelle del trolley riecheggiano il rumore del triciclo del bimbo di Shining mentre perlustra da solo l’Overlook hotel. Le targhe delle porte dicono: Comune di Roma, ufficio patrimonio e immobili. L’ascensore ci risputa al pianterreno. Ritorniamo all’entrata giusta. Facciamo le scale a piedi. “No, guardate, si sbagliano tutti: è che il piano dell’Ordine non è servito dall’ascensore”. Mannaggia la pupazza (tanto per non essere volgari). La saletta adibita a controllo sta sviluppando un pericoloso effetto stalla. Il soffitto è basso. Gli alimentatori dei pc riscaldano ancora di più l’aria. Fortuna che c’è poca coda. Charles ha il portatile difettato. Gli assicurano che gliene forniranno un altro. Domani.
Riassumendo:
tempo totale di controllo: cinque minuti. Tempo per raggiungere l’Ordine: due ore. Sono le 16,30.
È ora di raggiungere l’hotel. Onesti come siamo, cerchiamo un biglietto per prendere il bus. L’edicola all’angolo non ne ha. Il tabacchino dietro l’angolo li ha appena finiti. Non ci sono altri rivenditori. Stiamo per tornare alla fermata: ognuno per la sua strada e ci vediamo domani. E invece no. Perché “goccia dopo goccia, a piover cominciò”. Ci mancava, in effetti, una spruzzatina d’acqua a rinfrescare la giornata e a insinuarsi nelle nostre ossa. Venti minuti. Giusto il tempo di infrascicarsi ben bene. L’ombrello non conta, tanto piove di traverso, con il vento che c’è.
Quando salgo sul bus, il sole sta già tramontando. Ho salutato Charles al volo. “Ci vediamo domani, caro. E riguardati, mi raccomando”.
Bus, metro, bus. Un’altra ora di viaggio. E arrivo al mio hotel, vicino all’Ergife. Chiamo la mia collega, appena arrivata nello stesso albergo. “Sì, vediamoci dopo per ripassare, che ora mi sto un attimo riprendendo dal vomitino che mi è venuto in treno”, mi fa. Benon.
Inizio a sospettare che ci sia qualche maledizione strana nell’aria. E penso: meglio che succedano tutte le cose fantozziane e più strane oggi, così domani andrà tutto bene.
È stato l’ultimo pensiero pseudo-razionale, prima di addormentarmi ripetendo come un mantra lo slogan di Obama: “Yes we can”.
E il venerdì mattina, giorno della prova scritta, un sole scintillante inondava di azzurro il cielo di Roma, riflettendosi nelle pozzanghere del giorno prima. L’aria era fresca, ma non fredda. Il vociare finto-rilassato dei candidati in coda all’entrata della sala Esperanza non faceva che presagire una noiosa e seccante sessione d’esame, da terminare nel più breve tempo possibile.
E invece …